La città dei sogni (forse non è immaginaria)

La città dei sogni (forse non è immaginaria)

E così i mesi sono scivolati veloci, come in un timelapse.

Ho assaggiato il whisky, raccontato giardini, conosciuto bagnini, avuto caffè offerti, conosciuto blogger, imparato da persone con dieci anni in meno di me, ritarato opinioni, riscoperto fotografi, inseguito lupi di mare, respirato campagne, cercato foto in bianco e nero, spiato prove, invaso uffici, bevuto centrifugati tra tavole da surf, mangiato scalogno a teatro, ri-affrontato Dante, ri-affabulato mosaici (e no: questi argomenti non sono ancora esauriti qui, tanto sono vasti), inseguito il Chiaro di luna, conosciuto stranieri, conosciuto italiani, cenato con artisti, scoperto piccole meraviglie, ascoltato musica, parlato con un sacco di persone, studiato conventi, osservato anfratti che non avevo ancora notato, incontrato Darth Vader tra decine di spade laser e intervistato fumettisti.

Fino agli ultimi due mesi, a questo ottobre soleggiato, una corsa contro il tempo per non perdere neanche una goccia di vita di questa città attraversata dal cambiamento.

E ho visto nuovi tatuaggi di street art sulla sua pelle, che si sta rivestendo, finalmente, di tanti colori nuovi. Così come nuovi sono stati i volti arrivati qui: a partire da Florian, cicloturista francese a zonzo per l’Europa conosciuto per caso sul treno da Firenze (…che ci ha anche autorizzato a millantare il suo arrivo a Ravenna in bici in funzione del Festival) e “adottato” da Zedone mentre dipingeva la sua ninfa-vegetale concupita dal capitalismo.
Possiamo leggere le tracce del nuovo dappertutto: le città vorticose di Millo, la barca visionaria di Sea, le favole di alberi, stelle e pietre di Hope e Gig, il Dante fluorescente di No Curves.

Dalla spiritualissima Ziqqurat di Laib dentro Sant’Apollinare in Classe, agli irriverenti mostri spaziali di Invader, che hanno mosaicato punti quasi irraggiungibili degli edifici, la corsa del rinnovamento è un processo già innescato e un dato di fatto, comunque vada la fatidica candidatura del 2019. Un nuovo che farà bene a tutti, anche a chi pensa ancora secondo categorie che appartengono al passato, perché il tempo non si può fermare: la storia ce l’ha insegnato bene. E qui ce l’ha insegnato anche la danza urbana, portata alla Darsena da Cantieri, ormai un happening ben assimiliato e storicizzato, nella stessa misura in cui, oltre una decade fa, fu incredibile e “sovversivo” quando gli ammutinati dei teatri invasero le strade, le piazze, i cantieri, gli uffici postali davanti a passanti divertiti e increduli.

Che dire, Ravenna, la tua voglia di diventare europea ti ha reso ancora più bella, anche agli occhi di chi si annoia facilmente, di chi non si fermerebbe mai, di chi non ha voglia di vedere mai la buona notizia in mezzo a quelle non buone. È stato bello non riuscire quasi a“starti dietro e pensare che una città “dei sogni” nel 2014, debba essere quella in cui incontrare giovani artisti che volano in piccoli stormi di biciclette arancioni per il centro, quella in cui ti sembra di partecipare contemporaneamente a qualcosa di importante e a una festa divertente, mentre in realtà stai lavorando. Quella in cui c’è sempre qualcuno da cui imparare, qualcuno a cui trasmettere e molti altri da coinvolgere.

Quindi, Ravenna, spero proprio che tra cinque anni tu riesca ad essere la città che stai sognando di diventare: un posto indimenticabile e coinvolgente, in cui avere voglia di tornare e stare il più a lungo possibile.

Author

Nata sorridendo, e in ritardo, nel novembre ’76: da allora mai stata puntuale e sempre di facili entusiasmi. Cresciuta tra salsedine e fili d’erba, ho cominciato a scrivere da piccolissima, leggendo il Resto del Carlino del nonno e i fumetti nelle scatole dei Puffi da collezione. Oggi lavoro nei musei, ma non ho mai smesso di scrivere. Sono laureata in Conservazione dei BC (Storia Contemporanea) e ho una specializzazione in Didattica e Comunicazione. Adoro le arti, gli scorci inconsueti, i giardini incolti, i ruderi, i personaggi assurdi e gli oggetti del passato che hanno una storia da raccontare. Vivo in una mansarda bianca e rossa e ho imparato, dai miei gatti, a scendere dal divano solo per ottimi motivi.