Dante: un Poeta tutto “suonato”, da Marianne Faithfull ai Sepultura

Dante: un Poeta tutto “suonato”, da Marianne Faithfull ai Sepultura

Ivano Marescotti lo ha definito un patàca, Giorgio Gruppioni ha ricostruito il suo volto, come in un super “cold-case”, No Curves lo ha ritratto con lo scotch fluorescente. Perché a Ravenna non riusciamo a non parlare di Dante per più di cinque minuti, e lo facciamo più o meno da settecento anni, soprattutto quando arriva l’autunno e il Settembre Dantesco lo rievoca in ogni angolo del centro.
E nel fittissimo calendario di manifestazioni, la tre giorni di Dante 2021, spicca nella sua giornata conclusiva di venerdì 12 per un incontro su “Dante nelle canzoni e nelle canzonette” (Chiostri Francescani, ore 17.30) con Roberto Vecchioni e Ranieri Polese del Corriere della sera. Al secondo, intellettuale eclettico e di origine toscana, abbiamo chiesto di raccontarci perchè Dante è così tanto “suonato”.

Professor Polese, perché tutta questa passione per Dante?

Dante è uno dei pochi autori che, letti e studiati a scuola, ci accompagnano sempre, non ci annoiano mai. L’immagine del toscano che crea la lingua italiana è ormai, fortunatamente, passata. Piace in Dante la passione politica, la libertà che si prende di assegnare lui premi e castighi, le simpatie e gli odi e perché no, la sua superbia.

Una volta ho notato la copertina di un cd metal con un’immagine dalla Divina Commedia di Gustave Dorè: qual è la scoperta più strana che è capitata a Lei da esperto di musica?

È vero, Dante piace molto ai gruppi heavy metal, dai Sepultura agli Iced Earth: è il Dante visionario, delle profezie apocalittiche. Piace a questi gruppi il panorama infernale con i grandi malvagi, Lucifero e gli altri demoni. Un uso, tutto sommato, corretto, in linea almeno con l’effetto spaventoso che il racconto dei castighi infernali doveva suscitare nei lettori. Le cose più strane, comunque, avvengono nei comics e nei videogame giapponesi. Anche i romanzi, già prima di Dan Brown, non scherzano, per esempio Matilde Asensi (“L’ultimo Catone”) o Nick Tosches (“La mano di Dante”). Addirittura, l’italiana Patrizia Tamà ha inventato l’esistenza di una Quarta cantica, e ha composto pure qualche terzina. Musicalmente, la cosa più bella la si deve a Marianne Faithfull che apre il suo album “A Secret Life”, 1995, con le prime terzine dell’Inferno su musica di Angelo Badalamenti (il compositore prediletto da David Lynch; l’album si chiude con “La tempesta” di Shakespeare).

In quale epoca, o anni, si cantava di più su (e di) Dante?

Fra gli anni Venti e Quaranta del Novecento in Italia Dante è molto citato nelle canzoni, magari come il poeta innamorato di Beatrice. Spesso nelle canzoni c’erano citazioni che gli ascoltatori potevano anche non cogliere, ma certo certe parole o versi rimandano a lui. L’esempio notevole è “Borgo antico”, primo cavallo di battaglia di Claudio Villa (1948, parole di Enzo Bonagura, musica Giuseppe Bonavolontà): “O borgo vecchio borgo degli amanti che il poeta immortalò. E ch’io rivedo pallidi e tremanti come amore li avvinghiò”. È una delle canzoni che cantano i Ragazzi di vita di Pasolini, e senz’altro non colgono il riferimento al Canto V dell’inferno. Con gli anni ’80, Dante compare nei testi dei cantautori, da Venditti a Guccini a Ligabue. Ma sono in questo caso citazioni che vogliono essere riconosciute.

Gli headliner della Divina Commedia: sempre Paolo e Francesca come nelle arti visive, o c’è qualcun altro che primeggia?

Paolo e Francesca sono sempre al primo posto: ho contate otto presenze, il record assoluto.

Dante visto dai ravennati e Dante visto dai fiorentini: il Sommo Poeta ha due volti, oppure è un vip dall’immagine universale?

Firenze ingrata e crudele che manda in esilio il suo più grande poeta; Ravenna che invece lo accoglie e gli dà sepoltura. Questa contrapposizione oggi non ha più tanto senso, Dante è un cittadino del mondo, e il mondo globale appare oggi in grado di recepire il suo messaggio universale.

Credits: la foto di Roberto vecchioni è stata scattata da Monica Mazzei.

Author

Nata sorridendo, e in ritardo, nel novembre ’76: da allora mai stata puntuale e sempre di facili entusiasmi. Cresciuta tra salsedine e fili d’erba, ho cominciato a scrivere da piccolissima, leggendo il Resto del Carlino del nonno e i fumetti nelle scatole dei Puffi da collezione. Oggi lavoro nei musei, ma non ho mai smesso di scrivere. Sono laureata in Conservazione dei BC (Storia Contemporanea) e ho una specializzazione in Didattica e Comunicazione. Adoro le arti, gli scorci inconsueti, i giardini incolti, i ruderi, i personaggi assurdi e gli oggetti del passato che hanno una storia da raccontare. Vivo in una mansarda bianca e rossa e ho imparato, dai miei gatti, a scendere dal divano solo per ottimi motivi.