I misteri dei giardini – pt.1

I misteri dei giardini – pt.1

Chi non è mai stato affascinato dai vecchi giardini e dalle loro storie? A volte sono selvaggi e abbandonati, ruderi che non ricordano più l’ultimo tocco delle mani. Possono crescere intorno a case senza eredi lasciate nell’oblio, o avviluppare muri di palazzi antichi con i loro verdi rampicanti. Una volta ne ho visto addirittura uno che aveva conquistato il pavimento di una chiesetta, distrutta dalle bombe durante la Guerra: in una delle cappelle laterali senza tetto, era cresciuto un albero che usciva dalla finestra. Uno dei putti di stucco che “volava” nell’abside, sembrava vegliasse su di lui, anche se ormai non aveva più la testa.

In molti altri casi, questi lembi di verde hanno però un destino diverso:  la buona sorte e la tutela fanno sì che anche i più antichi possano sopravvivere al passaggio del tempo e portino con loro racconti che qualcuno va a riscoprire. I giardini nelle foto con le loro storie, appartengono proprio alla categoria più fortunata: sono antichi, belli e ancora alla portata di tutti. Sono solo alcuni e forse non li conosciamo come crediamo.

Ravenna - Giardino Rasponi o Delle Erbe Dimenticate. Ph Simone Masini

Prendiamo ad esempio il Giardino Rasponi o delle Erbe Dimenticate: ormai sono 14 anni che è visitabile con l’aspetto di oggi – con quel chè da giardino delle favole e l’erboristeria della fattucchiera buona – grazie ai lavori di risistemazione del 2000 realizzati dal Comune in occasione del Grande Giubileo e finanziati dalla Banca Popolare di Ravenna, ma la sua storia comincia nel lontano 1780, per mano di Camillo Morigia, lo stesso architetto di ambito neoclassico cui si deve anche la Tomba di Dante, che ne realizzò il primo portico, insieme ad altri interventi di abbellimento del Palazzo Rasponi Murat (…la dinastia Rasponi di Ravenna è più complicata delle parentele in Cent’anni di solitudine di Màrquez!), sede della Banca ancora oggi.

Grazie ad una vignetta del 1926, uscita su un giornale satirico il cui titolo è tutto un programma, “I Piò Cazzazz”, scopriamo che negli equilibri di potere che gravitavano attorno alla banca aleggiava l’ombra della Massoneria, guardata di sbieco dal regime fascista di fresco insediato. Infatti, nella vignetta, la pianta della volta ottagonale della sala per il pubblico della nuova sede è raffigurata piena di simboli massonici: “martello, cazzuola, squadra e compasso intrecciati, pietre grezze, sole, luna e stelline” (P.Bolzani, a cura di, La Banca Popolare di Ravenna. Storia, arte e archeologia, 1885-2010, Ravenna, Longo, 2010, pag. 12).

Dall’amor profano, passiamo poi all’amor sacro con un altro giardino storico, che ci porta più lontano, in un ex convento, quello degli Agostiniani, oggi conosciuto come Complesso di San Nicolò. Torna il nome del Morigia, cui si deve la risistemazione quasi attuale, prima dei ventennali lavori tra gli Anni ‘70 e il 2001 che recuperarono completamente la struttura. La chiesa ha una storia lunghissima ed è l’unica di Ravenna che possiamo definire davvero gotica: nel 768 c’era una chiesa preesistente, su cui nel 1364 (pochi anni dopo l’epidemia di peste nera che decimò l’Europa) venne costruito l’edificio attuale, restaurato poi alla fine del Cinquecento, e inseguito sconsacrato con l’arrivo delle truppe napoleoniche.

Ma la storia è solo all’inizio: nel 1877 il Ministero della Guerra utilizza la chiesa come stallaggio (da qui il nome di “cavallerizza”con cui la conoscono molti ravennati); nel ’41, durante la II Guerra Mondiale, diviene un rifugio antiaereo e, solo 5 anni dopo, la palestra in cui la squadra di pallavolo maschile Robur si allena nell’anno del suo primo scudetto nazionale.

Facciamo un passo indietro per curiosare nei due chiostri con giardino: uno è del del 1600 e l’altro del 1700. Qui immaginiamo uomini di chiesa e viandanti che sostano in meditazione “…nella speranza di ritrovare la misura delle cose e l’armonia delle forme. Risuonano, forse solo nel teatro della nostra memoria, passi perduti, musiche celestiali, segni di un passato che fugge” (A. Panaino, introduzione a Il recupero dell’ex convento degli Agostiniani in Ravenna, Valerio Moretti & Associati, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato s.p.a., Roma, 2004). Stacchiamoci un attimo dalle atmosfere medievali de Il nome della rosa, ma manteniamo l’aura monastica: parafrasando uno spot di qualche tempo fa,

Ma cosa facevano i monaci quando non pregavano?

Sulla base della tradizione architettonica conventuale, l’ipotesi  vuole che il chiostro est, confinante con la chiesa, che oggi annovera tra le specie arboree gli abeti rossi, il prugno selvatico e l’alloro, fosse nella zona deputata alla clausura; mentre il bel giardino alberato del chiostro ovest (che ha ammaliato l’obiettivo di Simone Masini), con la grande magnolia al centro, il cedro, i bossi e gli agrifogli, fosse di fronte alla “zona della merenda”, il refettorio. Il pozzo, infatti,  poteva presumibilmente servire ad attingere l’acqua per la cucina. Oggi ha un aspetto decisamente più contemporaneo con il salottino di mosaico “Kakehashi” degli artisti giapponesi Hitoshi e Tokako Shiraishi.

Se mi mandate un video in cui leggete in fretta l’ultima frase senza sbagliare, vi faccio una visita guidata personalizzata sui giardini :)

Un grazie enorme all’architetto Paolo Bolzani per le dritte e la bibliografia: senza di lui, a quest’ora, sarei ancora intenta a capire com’è girata la pianta della chiesa, o a scrivere le formule di Harry Potter al posto dei nomi degli alberi.

Bibliografia

P.Bolzani, a cura di “La Banca Popolare di Ravenna. Storia, arte e archeologia 1885-2010”, Ravenna, Longo, 2010
Valerio Moretti & Associati, “Il recupero dell’ex convento degli Agostiniani in Ravenna”, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato s.p.a., Roma, 2004

Author

Nata sorridendo, e in ritardo, nel novembre ’76: da allora mai stata puntuale e sempre di facili entusiasmi. Cresciuta tra salsedine e fili d’erba, ho cominciato a scrivere da piccolissima, leggendo il Resto del Carlino del nonno e i fumetti nelle scatole dei Puffi da collezione. Oggi lavoro nei musei, ma non ho mai smesso di scrivere. Sono laureata in Conservazione dei BC (Storia Contemporanea) e ho una specializzazione in Didattica e Comunicazione. Adoro le arti, gli scorci inconsueti, i giardini incolti, i ruderi, i personaggi assurdi e gli oggetti del passato che hanno una storia da raccontare. Vivo in una mansarda bianca e rossa e ho imparato, dai miei gatti, a scendere dal divano solo per ottimi motivi.