Frazioni pt.1: San Pietro in Trento

Frazioni pt.1: San Pietro in Trento

Il comune di Ravenna è il più esteso d’Italia, dopo Roma. Forse anche per questo è pieno di paesini o piccole città – frazioni, appunto – ricche di storia e di cose da vedere. Per andare dal confine sud a quello nord del territorio comunale in macchina ci vogliono circa 50 minuti. Da est a ovest circa 40. Dal mare alla campagna, dalle valli agli argini c’è tanto da vedere, poco fuori città. 

La prima volta che sono stato nella cripta della Pieve di San Pietro in Trento avevo 19 anni ed era il giorno della mia Partenza scout. Fu una cerimonia intima ma suggestiva, che rese quel luogo affascinante ed evocativo. Da allora non ci ero più tornato, forse perché pensavo che nel rivederlo non avrei mai potuto ritrovare la stessa magia.

Sto rientrando da Forlì, è una giornata splendida, sono in anticipo e mi concedo questa piccola deviazione. Non ricordo bene la strada ma il campanile della chiesa svetta in mezzo ai filari e lo ritrovo agevolmente.

La porta della chiesa è aperta, attorno non c’è quasi nessuno. Solo il giardiniere che tosa l’erba e una signora che si avvia in bicicletta verso il cimitero. Entro.

Rimango a lungo sulla soglia d’ingresso per abituare gli occhi al buio. Percorro i contorni semplici delle pareti e delle colonne romaniche, sobrie e solide. Mi avvio a passi lenti verso l’abside, in cerca della porta della cripta. La vedo sulla sinistra, mi abbasso e scendo. L’unica candela accesa rischiara la nicchia, assieme alla lama di luce che penetra dalla monofora in fondo alla parete. Ora la cripta è vuota, di un grigio leggero, io la ricordavo di un giallo intenso, ma perché era piena di candele e lanterne. Ci rimango per un po’, gustando il fresco e i rumori che provengono dall’esterno.

Uscendo alzo lo sguardo verso l’abside, verso i lampadari in ferro, verso i capitelli. Ripercorro la navata con calma, per riportare la vista alla luce accecante del primo pomeriggio. Do un’ultima occhiata ed esco. Fuori di nuovo calma, di nuovo pianura infinita, di nuovo campagna.

Risalgo in macchina, ho ancora tempo. Vado in cerca della Torre Albicini, detta Torre Sforzesca, un palazzotto del 1500 (forse) appena fuori dal paese. Si erge solitario in mezzo ai campi arati e, guardando in quella direzione, sembra di tornare nel medioevo (saranno le leggende sulla sala delle torture?).

Ultima tappa della mia deviazione, che alla fine dura più di un’ora, è Villa Ramona, un’altra costruzione del ‘500 con una ricca storia. Anche se non si può entrare, merita un lungo sguardo e una bella foto col sole.

Torno verso casa, sorridente e leggero. Deviare ogni tanto fa bene.

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Sono nato nell’anno in cui Gabriel Garcia Marquez vinse il Festival di Sanremo, Riccardo Fogli segnò un gol incredibile alla Germania nella finale dei Mondiali e Marco Tardelli si aggiudicò il Nobel per la Letteratura. Mezzo Romagnolo (la parte di sopra) e mezzo Toscano (sotto) ho studiato Cinema e Letteratura, tra Bologna e Torino, ho vissuto a Madrid e Edimburgo, ho fatto il giostraio e l’insegnante, sono uno scout, non sono battezzato, sono un improvvis-attore e ho suonato in un gruppo punk. Oggi scrivo e mi occupo di video. Ho una moglie e un figlio che contemplo e ammiro. Viva i biscotti e la cedrata.