Ravenna per la prima volta

Ravenna per la prima volta

Io non c’ero mica mai stato, a Ravenna.
Ci abito pure relativamente vicino. Ma le circostanze e le pieghe della vita mi hanno sempre portato qualche chilometro oltre, o qualche chilometro prima.

Il suo nome era segnato sulla mia Moleskine di viaggio assieme a quello di altre città italiane, precisamente nella lista “Prima o poi”. A permettermi di tracciare una linea sopra il nome Ravenna è stato un pretesto di lavoro.

Più che un pretesto è stato un messaggio di un collega ravennate, “vieni a trovarmi a Ravenna”. Secco, senza punteggiatura, come dire “sbrigati che c’ho da fare”.

Ravenna mi ha aspettato con la pazienza di un grigio mattino, di quelli che sembra che incominci a piovere da un momento all’altro poi, non si sa perché, non cade nemmeno una goccia.

Ho parcheggiato la macchina vicino alla rotonda delle tartarughe, che nome buffo, ma effettivamente ci sono proprio le tartarughe, che vi piaccia o no.

Ravenna - rotonda delle tartarughe

Li mi aspettava il mio collega che con il suo accento romagnolo piuttosto calcato mi ha subito invitato a pranzo, “che è quasi mezzogiorno e io c’ho fame”, ha precisato. Lui è un tipo così, piuttosto deciso.

Mi ha portato al ristorante Mariani, spiegandomi che una volta era un cinema, “e che cinema!”, quasi ad intendere che fosse un cinema a luci rosse. Imbarazzato, non ho avuto il coraggio di approfondire l’argomento.

E al ristorante Mariani di Ravenna ci siamo affogati di pasta, piada, salumi e formaggi, in un’atmosfera quasi surreale creata dall’arredamento affascinante del locale.

A stomaco pieno e con un sorriso chilometrico ci siamo alzati da tavola e abbiamo attraversato alcune vie del centro storico, il MAR e i giardini pubblici, parlando del fatto che Ravenna è una città a portata d’uomo e di come sia facile, e meraviglioso, girarla a piedi o in bicicletta.

In effetti, girarci in auto è quasi un peccato, perché ti perdi i profumi e i dettagli delle sue botteghe, dei negozi e dei locali, delle chiacchere dei passanti e del loro dialetto divertente.

[tweetherder]Ravenna ha qualcosa di meraviglioso che lo capisci nel profondo solo quando inizia a mancarti.[/tweetherder]

Il mio collega mi ha anche raccontato dei pregiudizi che si hanno sui ravennati e, inevitabilmente, sulla città.
“Dicono che sono schivi e anche un po’ snob, e questo luogo comune è vero solo in parte, altrimenti non ti avrei fatto girare così tanto tra strade, parchi e vicoli antichi più della mia età moltiplicata per la tua” (il risultato non ve lo dico).

E soprattutto, se fosse davvero così, staremmo già parlando di lavoro e non dello spessore della nostra piadina, non ti pare?”.

Mi ha portato poi alla Pasticceria al Duomo, dove abbiamo chiaccherato davanti due tazzine di caffè e un numero spropositato di pasticcini, dolcetti e biscotti.

Ravenna - Pasticceria Duomo

Li abbiamo parlato finalmente di lavoro, circa mezz’ora, e m’è sembrato che il lavoro, in quell’istante, in quelle circostanze, in quel luogo e quella situazione, fosse solo un pretesto per scoprire un lato di Ravenna che non m’aspettavo.

“Ci sono anche i mostri a Ravenna, non lo sai?”
Ci sono che cosa?

E così mi ha raccontato del mostro di Ravenna e portato (questa volta in auto) sul luogo in cui è possibile vederne un altro, precisamente nella vecchia darsena, dove senza timidezza svetta l’imponente murales di Ericailcane.

La mia prima giornata a Ravenna è dunque trascorsa tra discorsi di cucina, storie di mostri e il fascino delle vie del centro. E tutto ciò che avrei pensato di visitare, dai monumenti Unesco alla Tomba di Dante, dai mosaici a qualche località balneare, è rimasta fuori dal mio breve itinerario e ha riempito una nuova pagina della mia Moleskine, intitolata “Prima o poi, ma sbrigati!”.

La mia prima volta a Ravenna doveva essere un grigio incontro di lavoro. Ma di grigio, quel giorno, c’era solo il cielo, o almeno fino al tramonto, quando gli squarci delle nubi hanno illuminato i campi agricoli lungo la strada di ritorno.

di Davide Bertozzi

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