Spiaggia, relax e cultura popolare romagnola

Spiaggia, relax e cultura popolare romagnola

…e così, qualche giorno fa, ero finalmente riuscita a prendermi due ore libere da trascorrere in spiaggia. Avevo indossato le infradito e mi ero spaparanzata in riva al mare: cappellino, costumino, occhialini da sole, telo, libro in mano e protezione 50.

Sì, 50. Perché voglio evitare di abbronzarmi eccessivamente.

Tranquilli, ho una schiera di amici che mi prende in giro da anni, per questa storia della protezione 50 anche ad agosto.

Ma io non demordo: staremo a vedere se avranno ancora voglia di ridere, fra 10-15 anni, quando la mia pelle sarà liscia e omogenea come una pesca mentre la loro ospiterà la sagra paesana della grinza (d’altronde si sa, la vendetta è un piatto che va servito con i dovuti tempi…).

Ma ritorniamo al mio pomeriggio al mare (e lasciamo da parte i miei amici a cui verranno certamente le rughe).

Vi raccontavo che me ne stavo spiaggiata a leggere un libro quando, d’un tratto, sentii avvicinarsi delle voci. Erano due bambine in età scolare che stavano risalendo dal mare a passo spedito, in direzione passerella.

Tenevano lo sguardo basso ed erano totalmente assorte nei loro discorsi: parlavano delle Winx.

E così, ecco balzar subito fuori il mio animo romantico e un po’ nostalgico, da brava romagnola “Doc”, “Dop” e pure un po’ “Igp”: cos’è questa storia delle Winx, dei Pokémon e di compagnia bella?! È bene che i giovani d’oggi conoscano anche la tradizione popolare romagnola!

E allora…sssst!…continuate a leggere questo articolo. Ve le racconto io, alcune storie della nostra Romagna…

C’era una volta un mondo in cui i bambini si divertivano con poco, magari raccontandosi semplici filastrocche o indovinelli, facendo la conta oppure giocherellando con un semplice filo d’erba.

Il lavoro degli adulti seguiva il susseguirsi delle stagioni e nei paesi, periodicamente, si organizzavano feste religiose e sagre paesane legate all’attività contadina. Era un’epoca in cui i contadini preannunciavano la pioggia dopo aver osservato il volo basso delle rondini, che finivano quasi a sfiorare il terreno.

C’era una volta…

…un mondo in cui i nonni vivevano insieme ai figli e ai nipoti.

Era un mondo in cui l’aria profumava di vigne e di pane cucinato all’aperto, dove “Minghì” era amico di “Frazchì” e in cui la sera, anziché ascoltare la televisione, ci si riuniva tutti insieme ad ascoltare gli adulti che raccontavano storie nelle quali trovavano spazio una moltitudine di leggende e di fantasie.

Forse non tutti sanno che i personaggi della nostra tradizione popolare hanno origine europea e trovano riscontro in quelli scandinavi, irlandesi, scozzesi, olandesi, ecc.

Sebbene le caratteristiche siano grosso modo le stesse, giganti, folletti, elfi, streghe e gnomi prendono nomi diversi in base al Paese che li racconta.

In un mondo dominato dai Gormiti, è importante non solo raccontare il folklore locale, ma anche tramandarlo, affinché le persone possano comprendere ancora meglio la storia e le tradizioni del territorio in cui vivono.

Bene, cominciamo a snocciolare il nome di qualche personaggio dell’immaginario romagnolo…

Forse non tutti sanno che la Borda, ad esempio, è stato un vero e proprio incubo per adulti e bambini del secolo scorso.

Nell’immaginario di una volta era una specie di fantasma, bendata e orribile, che vagava fra la notte e il crepuscolo personificando la paura e spaventando, se non addirittura uccidendo, i bambini disubbidienti. Il nome sembra derivare dal dio celtico Borvo o Bormo, protettore delle acque sorgive e termali, al quale si suppone che venissero sacrificate vittime umane.

A seguito di alcune ricerche, ho estrapolato un breve testo sulla Borda, raccolto e pubblicato da Olindo Guerrini nel 1880 e pubblicato nel nuovo libro di Eraldo Baldini, “Tenebrosa Romagna”: “Ninàn, ninàn, la Borda / La liga i bei babèn cun una côrda. / Cun una côrda e cun una curdella, / La liga i bei babèn pu la i asserra. / Cun una côrda e cun una ligazza, / La liga i bei babèn pu la i amazza” (Ninna nanna, ninna nanna, la Borda / lega i bei bambini con una corda. / Con una corda e con una corbella, / lega i bei bambini e poi li rinchiude. / Con una corda e con un legaccio, / lega i bambini e poi li ammazza).

Un altro spauracchio del passato si chiama e’ Papon (“il Papone”): era una specie di orco malefico che si pensava mangiasse i fanciulli. Il nome sembrerebbe riferirsi alla scura statua di bronzo di Papa Alessandro VII che risiede in un chiostro dell’ex monastero di San Vitale a Ravenna.

Immagino che anche la Piligrèna (“la Pellegrina”) abbia popolato gli incubi di molti bambini del passato: gli adulti la descrivevano come una mano mozza che teneva sospeso un lume e che vagava nelle campagne, di notte, mietendo terrore.

Si era soliti chiamare allo stesso modo anche la zucca svuotata e illuminata dall’interno con una candela, sulla quale si intagliavano occhi e bocca proprio per conferirle sembianze grottesche. Una volta terminata, veniva collocata sulle siepi o sui muretti per spaventare i passanti, specie in prossimità della ricorrenza dei morti.

I giovani che, uscendo, non volevano essere seguiti dai più piccoli, si coprivano con un mantello scuro (detto “la caparela”) tenendo in mano la zucca intagliata, proprio a simulare la Piligrèna.

Forse non tutti sanno che a Lugo di Romagna, un paese poco distante da Ravenna, la festa di Halloween prende il nome di questa figura leggendaria e paurosa.

Poi ritroviamo l’om de sach, l’uomo che metteva nel sacco i bambini cattivi, e la mort imbariega, (“la morte ubriaca”).

E poi, dulcis in fundo, è la volta di Mazapégul (o Mazapédar).

Chi l’ha mai visto, Mazapégul?

Vestito solo di un berretto rosso sulla testa, era un folletto della notte, alto quanto un pollice, e nei racconti dei nonni combinava diversi guai.

Le origini del suo nome non sono ancora chiare del tutto. Viveva in Romagna…ma nessuno sa dove si celasse il suo nascondiglio.

Come si dice in gergo, Mazapégul era proprio un personaggio: era piccolo, di pelo grigio, camminava sempre diritto e, come unico indumento, indossava un magico berretto rosso che gli permetteva di entrare e di uscire dalla dimensione ultraterrena.

Come osserva Eraldo Baldini, qualora avesse voluto intrattenere rapporti con il mondo terreno sarebbe stato costretto a cavarselo. Se lo avesse perso, sarebbe rimasto per sempre imprigionato alla dimensione terrena.

I bambini che lo temevano tenevano un sacco di iuta vicino al letto per riuscire ad imprigionarlo e ripetevano un’apposita filastrocca:

“Dei dispetti vuoi farmi tu / Ma io ora non ci sto più, / Corri via a più non posso,
altrimenti ti prendo il berretto rosso/ E la tua magia non avrai più
e così io ti farò…Cucù! Cucù!”

Insomma, se io da piccina temevo che il clown Pennywise mi afferrasse per i piedi da sotto le lenzuola per trascinarmi chissà dove, probabilmente mia madre temeva che il folletto Mazapégul arrivasse all’improvviso e le facesse qualche dispetto.

Come dire…ad ogni epoca, le proprie paure.

 

E come si dice in Romagna…

“A guardé la brasula ‘d ch’jëtar e’ gat us mâgna la tu!” (“A forza di guardare la braciola degli altri, il gatto si mangia la tua!”) – possiamo interpretarla come la giusta punizione per l’invidioso che si confronta di continuo con gli altri.

Author

Un termine che mi descriva al 100%? Multitasking. Sono solita dividermi fra una moltitudine di attività: lavoro, scrittura, progetti di qualsiasi natura, allenamenti in bici, in poche parole: non sto ferma un attimo, non ne sono capace! Adoro mettermi alla prova, fare mille cose diverse e ricercare tutto ciò che stimola la creatività. Laureata in Scienze Naturali e in Ecologia Applicata, dopo alcune esperienze lavorative all’estero e il conseguimento della qualifica di Tecnico Ambientale, ho deciso di vivere e di lavorare nella mia città natale, Ravenna. Di cosa non posso fare a meno? Degli affetti sinceri, di una sana risata e di una connessione Wi-Fi che mi consenta di scrivere sul mio blog…e adesso anche su DiRavenna!