Papaveri, papere…e baci rubati.

Papaveri, papere…e baci rubati.

Questa volta, in sella alla mia bicicletta, vi parlerò di una Ravenna intima. La mia Ravenna.

Sono le 20:30 di un fresco e tranquillo martedì sera e per strada non c’è anima viva.

La brezza è lieve, in questa sera primaverile, e ho proprio voglia di uscire di casa, in solitaria, per immergermi nel silenzioso rumorio delle strade dei quartieri che ho intenzione di attraversare. Un brusio di voci provenienti dalle finestre aperte delle case, di televisori accesi e di cani che abbaiano.

Decido, così, di indossare un paio di scarpe, di inforcare la mia bici e di dare inizio al mio giretto serale, alla volta delle vie che mi hanno vista crescere.

Le prime pedalate mi conducono davanti a Piazza della Resistenza, dalla quale imbocco la strada che porta al luogo in cui sono venuta al mondo, l’Ospedale Civile.

È da questa struttura che, nel maggio dell’84, una mattina presto, mio padre telefonò a mio fratello per avvisarlo della mia nascita:

“Pronto?”
“Ciao Alessandro, sono il babbo”
“Babbo! Allora? È una sorellina o un fratellino?”
“Una sorellina, è nata Anna!”
“Ah…”.

La verità è che in quel “Ah…” di mio fratello si celava tutta la delusione di un bambino che, per nove lunghi mesi, aveva creduto che nel pancione della mamma si celasse un piccolo Salvatore Schillaci con cui giocare a pallone, un fratellino da trasformare in perfetto schiavo, con cui scambiare le figurine Panini e guardare “Ken Il Guerriero”.

E invece, dopo quel “È nata Anna!”, ecco piombargli addosso tutta la cruda realtà delle cose: gli sarebbe toccato avere una sorellina tutta boccoli e vestitini, tutta matite colorate e scarpette con i fiocchi rosa, che lo avrebbe forzato a guardare “Pollon” sul divano e a portarla al cinema a vedere “Il Re Leone”. E guai a contraddirla.

Dura la vita del fratello maggiore.

Ma torniamo a questa serata in giro per Ravenna. Dopo Piazza della Resistenza attraverso viale Randi per giungere in Piazza Caduti e, subito dopo, in via Corrado Ricci, passando davanti alla libreria Modernissima in cui, nel 1992, mia madre mi regalò il mio primo libro.

Un libro che trattavo come fosse un oracolo, non mi pareva vero di averne uno, e mi sentivo un sacco avanti rispetto ai miei compagni di classe, ancora fermi a Topolino o a Diabolik. Io leggevo un libro, non so se mi spiego.

Scherzi a parte, il fatto di possedere un libro mi riempì il cuore di gioia e ricordo che quel giorno trotterellai fino alla macchina in una sorta di estasi. Stavo diventando una signorina.

Alla fine di via Corrado Ricci decido di svoltare a destra e di percorrere via Angelo Mariani, la strada del Teatro Alighieri, fino alla fine. La mia meta, questa volta, è la Rocca Brancaleone.

Fu proprio all’interno delle sue mura che, in un pomeriggio d’estate del 1999, mi fu detto “Ti amo” per la prima volta.

Bene, se facciamo qualche rapido calcolo, io nel 1999 avevo esattamente 15 anni e “Ti amo” non sapevo neanche cosa volesse dire. Lo avevo sentito pronunciare spesso in tivù, ad esempio in “Beverly Hills 90210”, quando Brenda si era presa una cotta per Dylan…ma niente di più.

E poi, ripensandoci bene, quello del mio giovane concubino non fu proprio un “Ti amo” detto in maniera passionale. Secondo me nemmeno lui ne era troppo convinto, è probabile che qualche amico gli avesse consigliato di dirmelo solo per consolidare quell’ultimo mese di baci rubati. Insomma, forse sentiva l’obbligo di ufficializzare la cosa.

E così quel giorno mi guardò con un’espressione un po’ vaga, abbozzò un sorriso, il volto paonazzo, e poi, dopo essersi grattato un po’ la fronte, sbiascicò qualcosa del tipo: “Anna..io..uhmm..io ti amo…”.

Il tono poteva tranquillamente essere lo stesso di quando dici: “Mah, niente di che, oggi è stata una giornata tutto sommato noiosa…”. Ecco, qualcosa di molto simile.

Ricordo che lo guardai spaventata a morte da quelle cinque lettere…e che non andò esattamente come fra Brenda e Dylan, che finivano ogni volta in un interminabile bacio appassionato. Io, infatti, scappai a gambe levate.

E non so perché, ma dopo quel giorno non lo rividi mai più…si vede che non era destino!

Ma ritorniamo alle vie del centro. Dopo questo ennesimo ricordo, ora decido di percorrere via di Roma e di svoltare per via Diaz, in direzione Piazza del Popolo.Ravenna-Piazza del Popolo

 

È proprio nelle caffetterie di Piazza del Popolo che andavo quando marinavo la scuola.

A dire il vero, ero sempre molto onesta in casa, perché lo annunciavo candidamente il giorno prima: “Mamma, io domani a scuola non ci vado. Mi prendo un giorno di ferie”. Proprio così: un giorno di ferie. Perchè anche lo studio è lavoro.

Ed eccomi in via IV Novembre e, subito dopo, davanti al Mercato Coperto.

Ho sempre amato molto il Mercato Coperto. Quando entravo, ricordo che avevo l’impressione di trovarmi all’interno del paese dei balocchi.

Tenevo mia madre per mano e osservavo estasiata tutte quelle persone che sceglievano accuratamente il pane, la frutta, la verdura, la carne e il pesce. In modo particolare, adoravo una panetteria la cui proprietaria mi regalava sempre i grissini alle olive che mi piacevano tanto. E per i quali vado matta anche adesso.

E c’è da dire che mia madre era bellissima, in mezzo a tutti quei profumi, con i suoi abiti colorati e i suoi bei capelli biondi.

E io l’ammiravo come se fosse una dea: la dea del Mercato Coperto.

Imboccando via Cavour decido di svoltare per via Salara per raggiungere quello che oggi è una banca ma che, una volta, era il Cinema Capitol. E sono certa che i ravennati se lo ricordano bene, il Capitol.

Beh, fu in quel cinema del centro storico che andai, per la prima volta da sola insieme alle mie amichette, a vedere un film, mi pare “C’è posta per te” con Tom Hanks e Meg Ryan. Avevo all’incirca 14 anni.

Ed eccomi tornare verso casa, passando per una delle strade che reputo fra le più affascinanti del centro storico: via Galla Placidia, che costeggia la Basilica di San Vitale. Tanti ricordi, in quella via, alcuni anche recenti.

Sei davvero affascinante, Ravenna, ed è una gran fortuna poterti ammirare in questa sera di tarda primavera.

Tu, che mi hai vista crescere, che hai ascoltato le mie risate e i miei pianti; tu, che hai ascoltato le mie confidenze e che sei stata silenziosa testimone dei miei primi batticuori. Più ti ammiro e più sento di appartenerti come un bambino alla propria madre.

Ti appartengo come un fiore al proprio prato, come un albero al proprio bosco.

 

E come si dice in Romagna…

“I scurs dla sëra in va cun qui dla maténa” (“I discorsi della sera non combinano con quelli del mattino”) – di sera possiamo avere tanti buoni propositi per il giorno seguente. Tuttavia, quando si avvicina il momento di metterli in pratica, possiamo anche ricrederci o modificarli completamente.

 
Credits foto di testa: Francesca Guadagnini.

Clicca sulla mappa per guardare il percorso di Anna nel centro di Ravenna.

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Author

Un termine che mi descriva al 100%? Multitasking. Sono solita dividermi fra una moltitudine di attività: lavoro, scrittura, progetti di qualsiasi natura, allenamenti in bici, in poche parole: non sto ferma un attimo, non ne sono capace! Adoro mettermi alla prova, fare mille cose diverse e ricercare tutto ciò che stimola la creatività. Laureata in Scienze Naturali e in Ecologia Applicata, dopo alcune esperienze lavorative all’estero e il conseguimento della qualifica di Tecnico Ambientale, ho deciso di vivere e di lavorare nella mia città natale, Ravenna. Di cosa non posso fare a meno? Degli affetti sinceri, di una sana risata e di una connessione Wi-Fi che mi consenta di scrivere sul mio blog…e adesso anche su DiRavenna!