Ladies and gentlemen, l’Azdorata

Ladies and gentlemen, l’Azdorata

Quando penso alla figura dell’azdora mi viene sempre in mente mia madre, Lucia, una bersagliera tutta d’un pezzo con il matterello in mano e lo sguardo fiero di una donna che non deve chiedere mai. O quasi.

Forte di una laurea in dialetto romagnolo conferitale niente popò di meno che dal buon Marescotti, mamma Lucia zompetta per le stanze della sua dimora con lo sguardo di una che, in un piatto di cappelletti in brodo, ci vede un’arma di persuasione di massa.

Battute a parte, l’azdora è certamente una figura storica del nostro territorio. Vista come una sorta di regina del focolare, presidiava la famiglia, le faccende di casa e la custodia degli animali da cortile mentre il marito si occupava del sostentamento economico del nucleo familiare.

Negli ultimi tempi, l’emancipazione femminile si è fatta sempre più strada e la figura dell’azdora, per quanto tipica delle nostre zone possa essere, sta progressivamente scomparendo, sostituita sempre di più da quella della donna in carriera.

È proprio riflettendo sul personaggio dell’azdora che, qualche tempo fa, ho pensato di ritornare alle origini organizzando una giornata a casa dei miei genitori all’insegna della tradizione romagnola e, nello specifico, del cappelletto in brodo: signore e signori, ecco a voi l’“Azdorata”.

In occasione di questo imperdibile appuntamento con la tradizione, ho invitato alcune mie amiche – Eleonora, Melissa, Sara, Barbara e Irene, “azdorine” per un giorno – a presentarsi alla casa patronale Zattoni alle ore 10:00 di un’umida domenica mattina, ognuna armata di un matterello, di un tagliere su cui poter lavorare l’impasto e di un grembiule. E, mi raccomando, la puntualità.Ravenna - Giovani azdore alle prese con i cappelletti

E così, belle fresche e baldanzose, alle 10:08 eravamo già tutte impegnate a lavorare l’impasto. O, meglio, erano le mie amiche a lavorare l’impasto, io cercavo disperatamente di levarmelo dalle dita.

Per un discorso di completezza d’informazioni e di obiettività super partes, è giusto dire che la prestazione della sottoscritta è stata, in assoluto, la più scarsa.

In maniera ufficiale, mi giustifico dicendo che ero troppo impegnata ad effettuare un reportage fotografico dell’evento.

In via ufficiosa, invece, rovescio l’intera colpa a Madre Lucia di San Michele, ossia mia madre, che, in tutti questi anni, ogni volta in cui mi avvicinavo al suo tagliere per cercare di imparare qualcosa, mi bloccava dicendo frasi del tipo: “T’an t’si brisa bona, a fëgh da par me acsè a fëgh prema” (tradotto: “Non sei capace, faccio da sola così faccio prima”). Questa è la verità, e bisogna che io la dica.

Ad ogni modo, tornando all’avventura dell’azdorata, penso che sia stata una delle giornate più divertenti di tutto l’inverno appena trascorso.

Mia madre non si è mai sentita tanto protagonista: camminava per la sala da pranzo osservando attentamente il lavoro di ognuna di noi, correggendoci quando sbagliavamo e incoraggiandoci quando facevamo bene.

Per quanto mi riguarda, mi sono sentita dire più volte “Cum’ëla che t’si la piò schêrsa?!” (tradotto: “Com’è che sei la più scarsa?!”), frase che, ovviamente, ha suscitato l’ilarità generale dei presenti…fortuna che, in questi ultimi anni, ho lavorato molto sul mio self control e sulla fiducia in me stessa. Non sarà certo un cappelletto ad abbattermi.

L’altro protagonista della giornata è stato, senza dubbio, mio padre: con gli occhi sgranati nel vedere cotanto tripudio femminile impegnato nella preparazione del suo piatto preferito, in preda all’entusiasmo, ci ha addirittura video ripreso mentre lavoravamo, elargendo complimenti come se non ci fosse un domani.

Peccato che, per tutto il tempo, abbia tenuto il pollice completamente spiaccicato sulla lente della videocamera (pertanto, di quel giorno, si può solo ascoltare l’aspetto sonoro)…ma pazienza, andiamo oltre.

Una volta chiusi i cappelletti, si è passati alla fase successiva: la cottura nel brodo, preventivamente preparato da mamma Lucia.

In quegli eterni minuti di cottura, non nego una certa tensione nell’aria, un po’ in vista del risultato finale e un po’ in vista dell’incoronamento della “Miglior azdorina”. Che, ovviamente, non sono stata io.

Lo scettro, infatti, era conteso fra le mie cinque amiche e la vincitrice finale è stata Eleonora.

Il “Premio Manie di Protagonismo” è andato a Melissa e ai suoi cappelletti giganti, mentre a me è spettato il “Premio Migliori Intenzioni”. Perché l’importante è crederci.

Il resto della giornata si è svolto sempre a tavola, fra chiacchiere e racconti da parte dei miei genitori.

Sapete, è incredibile pensare come una sfoglia possa riunire così tante anime attorno ad un tavolo.

Quello che avevo davanti era un vero e proprio spettacolo culturale: generazioni diverse impegnate in un confronto pacifico sui diversi aspetti della vita, a partire da com’è cambiata la visione dell’amore dagli anni ’60 fino ad oggi e proseguendo con la diversa situazione occupazionale, poi i sogni e le speranze nella vita di ciascuno di noi.

L’aspetto che lega il presente al passato è, forse, il costante inseguimento della felicità (“Meglio se ricercata nelle piccole cose e negli affetti sinceri”, dice mamma Lucia). Oppure in un piatto di cappelletti in brodo fatti a mano.

 

E come si dice in Romagna…

“Va avânti te, che a me um scapa da ridar” (Vai avanti tu, che a me viene da ridere). Si dice quando nessuno vuole rischiare la prima mossa verso una situazione poco sicura e trova le sue origini in due ladruncoli che erano soliti rubare nei pollai. Una sera un contadino, esausto dai continui furti, colpì con un bastone la testa di uno dei due ladri. Il malcapitato scese pronunciando quella frase al suo compare che, incuriosito, entrò nel pollaio per andare incontro allo stesso trattamento.

Foto di copertina: Leonora Giovanazzi

Guarda anche il video Cucina e Tradizione Romagnola.

Author

Un termine che mi descriva al 100%? Multitasking. Sono solita dividermi fra una moltitudine di attività: lavoro, scrittura, progetti di qualsiasi natura, allenamenti in bici, in poche parole: non sto ferma un attimo, non ne sono capace! Adoro mettermi alla prova, fare mille cose diverse e ricercare tutto ciò che stimola la creatività. Laureata in Scienze Naturali e in Ecologia Applicata, dopo alcune esperienze lavorative all’estero e il conseguimento della qualifica di Tecnico Ambientale, ho deciso di vivere e di lavorare nella mia città natale, Ravenna. Di cosa non posso fare a meno? Degli affetti sinceri, di una sana risata e di una connessione Wi-Fi che mi consenta di scrivere sul mio blog…e adesso anche su DiRavenna!